Maternità: luci e ombre


Un’ennesima sconvolgente tragedia ci ha lasciati sgomenti nei giorni scorsi: la notizia di una donna che a Catanzaro ha gettato dal terzo piano i suoi tre bambini, l’ultima di soli 4 mesi, e poi li ha seguiti ciecamente nello stesso volo senza speranza.

Proprio la sera precedente avevo visto casualmente un film incentrato sullo stesso tema dal titolo Saint Omer, un film intenso e profondamente umano, una lezione di vita, da rivedere almeno due volte per cogliere ogni sfumatura delle problematiche affrontate.

È la storia, realmente accaduta, di una donna che ha ucciso a sangue freddo la sua bambina. Ho approfondito la vicenda ritrovando in internet molte notizie che non emergono dal film, che non è ovviamente un reportage giornalistico ma una profonda riflessione sul tema della maternità, liberamente ispirato alla notizia di cronaca.

L’infanticidio, compiuto il 19 novembre del 2013, ha letteralmente sconvolto la Francia dove questo efferato delitto si è consumato.

L’autrice del terribile misfatto è la trentaquattrenne Fabienne Kabou di origini senegalesi, una donna colta, ricercatrice, che vive a Parigi e che decide di abbandonare la sua piccola Adelaide di appena 15 mesi sulla riva del mare di Berck-sur-Mer lasciando che sia l’alta marea a trascinarla via.

Con mente lucida, essa pianifica meticolosamente il suo folle gesto, scegliendo l’orario migliore per realizzare il suo piano, comprando il biglietto del treno che l’avrebbe portata da Parigi a Berck-sur-Mer, calcolando il momento giusto in cui sarebbe avvenuta l’alta marea.

Arrivata a destinazione, culla dolcemente la sua bambina e l’allatta con cura per poi poggiarla sulla riva e affidarla consapevolmente al mare che la inghiottirà.

Il processo si svolgerà tre anni dopo e si concluderà con la condanna a venti anni di reclusione, il massimo della pena, superiore persino a quella richiesta dall’accusa.

Nessun’attenuante, nessuna giustificazione che possa in qualche modo sminuire o mitigare la gravità dell’atto e la responsabilità di chi lo ha compiuto, sebbene la donna non abbia saputo neppure spiegare le motivazioni del suo gesto e abbia chiamato in causa addirittura la stregoneria e la forza invincibile di un maleficio, elementi costitutivi di certa cultura africana, come motore scatenante della sua assurda decisione.

Fabienne infatti non nega di avere compiuto quell’orribile omicidio ma dichiara senza esitazione: “Non so perché ho ucciso mia figlia! Spero che questo processo possa dirmelo”.

Ispirata da questo tragico evento e mossa dal desiderio di scavare dentro l’insondabile mistero della maternità, la regista francese Alice Diop, anch’essa di origini senegalesi, scrive il suo film Saint Omer, vincitore del Leone d’argento alla Biennale di Venezia del 2022.


La regista, Alice Diop

Il film, ambientato nel Tribunale di Saint Omer, nel Dipartimento di Calais, al nord della Francia, è incentrato sulle diverse fasi del procedimento giudiziario che mettono in luce la personalità complessa e le problematiche vicende familiari e sociali della giovane madre, nel film Laurence Coly, allo scopo di accertarne le responsabilità.

La sua figura è speculare a un’altra protagonista del film, Rama, una scrittrice africana e docente universitaria di francese, che ha in mente di comporre una sua nuova opera attualizzando il mito di Medea, una donna straniera protagonista della famosa tragedia greca di Euripide, messa in scena per la prima volta ad Atene nel 431 a. C.

Medea, originaria della Colchide, un’antica regione del Caucaso, corrispondente all’attuale Georgia, viene ripudiata dal marito Giasone che intende sposare Glauce, figlia del re di Corinto Creonte, e poter ereditare così il suo trono.

Essa decide di vendicarsi con l’inganno, avvelenando il re e sua figlia e uccidendo, pur con indicibile e lacerante strazio, i due figli avuti da Giasone per punirlo del suo insopportabile abbandono.

La giovane scrittrice Rama, in attesa di un bambino e anch’essa in profonda sofferenza per la relazione difficile e problematica che la lega alla madre, seguirà il processo pensando di potervi trarre materiale utile per la sua opera, rimanendo tuttavia spiazzata dallo svelarsi progressivo della personalità impenetrabile di Laurence e del suo delitto, che la porteranno a riflettere su se stessa e sul modo con cui sta vivendo la sua maternità e la sua relazione con la madre.

Una scena del processo con Rama (Kayije Kagame) in primo piano

Ciò che colpisce nel film è la pacatezza e la mitezza con cui si racconta questa tragica storia. Fatta eccezione del tono rude e a tratti aggressivo dell’avvocato accusatore, sia la giudice che la difesa usano nei confronti dell’imputata toni dialoganti e rispettosi che possano servire a fare emergere la verità di una vicenda così tanto incomprensibile e ingiustificabile.


La giudice (Valérie Dréville)

Più che le accuse impietose, che sarebbero state più appropriate in un simile contesto, allo scopo di comprendere le dinamiche e le ragioni dell’operato dell’imputata sono messi in risalto nel film l’ascolto, la ricerca disarmata della verità e il tentativo di penetrare nei sentimenti di una donna, dal linguaggio colto e raffinato e dalle maniere garbate e controllate, che risponde all’interrogatorio con assoluta freddezza, distacco e apparente insensibilità.

L'imputata, Laurence Coly (Guslagie Malanga)

Tutta la storia, dall’antichità a oggi, è costellata di figure femminili capaci di atti violenti estremi, compiuti in preda a sofferenze indicibili che si tramutano in smarrimento e follia.

Dolori vissuti spesso nella solitudine, nel tradimento, nell’abbandono, tra le incomprensioni più insormontabili, per poi degenerare nell’assurdità di comportamenti che annientano se stesse e i più deboli di cui dovrebbero prendersi cura.

Nessuno attorno a loro si accorge in tempo utile di quanto tramano per giorni nella loro mente e nel loro cuore e quando tutto l’indicibile accade è troppo tardi per potervi porre rimedio.

È anche vero, purtroppo, che certe decisioni sono ahimè inesorabili e se pure si riuscisse a intravederle con lucidità in anticipo, nessuno sarebbe in grado di impedirne l’ineluttabile compimento.

Ha ragione la sensibile e brava regista Alice Diop! La maternità è un grande mistero che non si finirà mai di scandagliare.

È un mistero la stretta simbiosi tra madre e figlio nei nove mesi di gravidanza, l’unione tra due esseri distinti così profonda da rendere i due corpi una cosa sola.

È un mistero la dedizione gratuita e instancabile di una madre nel crescere i suoi bambini, vegliandoli senza interruzione notte e giorno, rinunciando al riposo e a se stessa, nutrendoli col suo stesso corpo, fondendo il suo respiro al loro, comunicando con essi attraverso lo sguardo, i gesti, il calore, le emozioni.

Ma è un mistero ancora più grande e incomprensibile l’abbandono dei figli, il non prendersene cura, trascurandoli o sfruttandoli. È un mistero il rifiuto del frutto del proprio grembo, la paura di vivere la maternità, l’istinto di sopprimere i propri figli, compiendo il gesto più innaturale che una madre possa concepire.

Il film non si chiude con il verdetto finale di condanna. La storia di Laurence rimane sospesa dentro un sofferto pianto liberatorio, perché ciò che interessa alla regista è scandagliare il cuore di una donna sull’orlo di quell’abisso spaventoso che si è scavata con le sue stesse mani e invitare lo spettatore a riflettere più che a giudicare e a condannare.

Tant’è vero che le ultime parole del processo saranno quelle pronunciate dalla difesa, parole miti, appassionate e travolgenti in cui è racchiuso il mistero più grande della maternità che richiama in qualche modo la “mostruosità” del delitto compiuto.


L'avvocata che difende Laurence (Aurelia Petit)

La figlia di Laurence sarà sempre con lei perché è parte di lei”.

La sua non è una metafora ma un’affermazione autenticamente scientifica.

L’avvocatessa spiegherà infatti che in gravidanza le cellule e il dna della madre migrano verso il feto e che questa migrazione avviene in entrambi i sensi: anche le cellule del feto migrano verso gli organi della madre e si distribuiscono in tutto il suo corpo, nel cuore, nel cervello, nel fegato, nei polmoni, nel midollo osseo… e anche quando la gravidanza non è portata a termine esse persistono comunque nel suo corpo per decenni e a volte per tutta la vita.

Madre e figlio sono incastonati l’uno dentro l’altra inestricabilmente. Gli scienziati le chiamano “cellule chimeriche”, da Chimera, il mostro mitologico composto da parti di animali diversi.


Chimera di Arezzo, Bronzo etrusco del V-IV sec a.C., Museo archeologico Nazionale di Firenze

Noi donne siamo tutte delle chimere, portiamo dentro di noi la traccia delle nostre madri e delle nostre figlie che a loro volta portano la nostra. È una catena infinita! Siamo per certi versi tutti dei mostri, ma mostri terribilmente umani”.

Davanti a ogni nuova tragedia che continua a ripresentarsi con una sempre maggiore e preoccupante frequenza e mostruosità, mancano le parole per commentare e gli strumenti per capire.

Immagini della recente tragedia di Catanzaro

La giustizia deve fare ogni volta il suo corso. Ma nessuno potrà mai comprendere fino in fondo le ragioni di questo mistero che neppure chi lo mette in atto è in grado di spiegare e giustificare.

Meglio stendere un velo pietoso sopra questo abisso di violenza e di dolore irreparabile, e tacere.










Commenti

  1. Veramente è difficile da comprendere come una madre possa uccidere il proprio figlio…è un vero mistero. La maternità è un momento molto delicato per una donna, può essere vissuto come un miracolo, con immensa gioia (fortunatamente è quello che è accaduto a me), però può destabilizzare completamente la mente di una donna e portarla a compiere questi atti così atroci. E’ importante che chi sta vicino ad una madre sappia cogliere i segnali del disagio e aiutarla a superarli. Angela Rao

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  2. Si, meglio stendere un velo pietoso, di fronte ad un dolore così profondo, così intimo! Lina Taddei

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    1. Da Salvo Patane'
      Ogni volta che sento storie simili vengo assalito da una profonda tristezza e commiserazione.
      Mi ricordo di quanto sia impenetrabile il cervello umano e capace di imprese grandi e di atrocità ancora più grandi.
      Invano ci si affanna a cercare di svelare il mistero che è dentro la nostra anima.
      La Misericordia di Dio che è più grande di tutte le giustizia umane ci accolga nelle sue braccia.
      Salvo Patane'

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  3. Che dire? Di fronte a tali avvenimenti non mi sento di esprimere nessun parere, nessun giudizio! L’unico aspetto che metterei in luce è il malessere immenso che ha oppresso questa donna fino a spingerla a commettere un simile orrore, malessere che forse poteva essere intercettato e forse curato. Grazie Aurora
    Flavia De Giosa

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